La Torre di Babele del 21° secolo

tradDomanda: qual è la lingua più diffusa su internet? Inglese! Sbagliato. Michaël Oustinoff è un docente dell’Università di Parigi III, e in questi anni ha svolto numerose ricerche sulla comunicazione sul web. «Alla fine degli anni Novanta», afferma, «con l’avvento del web sembrava che l’inglese fosse destinato a diventare il linguaggio di internet. A quel tempo rappresentava l’80% dei contenuti. Oggi rappresenta meno del 30% con alcune lingue in ascesa, come il cinese, che lo seguono da vicino».

Se il web è generalmente inteso come la migliore fruizione di conoscenza in un’unica lingua, pare che la realtà degli ultimi anni sia decisamente diversa, e che si vada verso una “babelizzazione” della rete. Fioriscono i siti e i social network in lingue come il russo, il mandarino, l’arabo, mentre l’inglese americano sta riducendo via via la propria influenza dominante. Quali sono le ragioni di tale cambiamento? Oustinoff le identifica nelle maggiori possibilità di accesso al web da parte dei paesi in via di sviluppo, insieme al fatto che ormai India, Brasile, Russia e Messico non sono, ad esempio, costrette a muoversi in un linguaggio altrui.

Inoltre, una spiegazione può venire da una più profonda analisi sociale e commerciale: «In genere si preferisce adoperare il proprio linguaggio per comunicare, ameno che non si sia costretti a fare diversamente». E se pensiamo al fiorire di siti per ogni tipo di attività commerciale, dalla pizzeria al meccanico, dal negozio di abbigliamento a quello di divani, è anche logico pensare che sia meglio farsi capire nella propria madrelingua (salvo poi creare un sito parallelo per l’e-commerce).

Fino ad oggi i traduttori e le app a disposizione sono utili e pratiche, ma non permettono una vera fruizione del linguaggio che non si comprende. Istruzioni di base, contatti e frasi brevi sono l’ideale per Google Translate et similia, ma per testi più accurati serve, ancora, una conoscenza propria degli idiomi. «La traduzione automatica», afferma Viktor Mayer-Schonberger, direttore dell’Oxford Internet Institute, «è migliore di quanto sia mai stata. Ma proprio perché si basa su metodi statistici, piuttosto che nell’insegnare alle macchine le regole grammaticali e il senso del linguaggio, che funzioni o meno dipende per lo più da quanti dati si possono usare per calcolare la base statistica».

Nell’arco di pochi anni esisterà sicuramente un software in grado di evitare gli errori più classici e di comprendere e tradurre quasi perfettamente qualsiasi tipo di testo: per adesso godiamoci lo sforzo obbligatorio nel dover imparare, e non solo fare copia e incolla.

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