La rivoluzione comunicativa della Casa Bianca

abbottabadA proposito di comunicazione, fotografia, social e tempi moderni. Ovvero, come il fotografo ufficiale della Casa Bianca riesce a farsi detestare dai propri colleghi. Il motivo? A lui è permesso scattare quando agli altri viene vietato, e così i momenti più salienti e intimi del Presidente Obama rimangono impressi solo nelle macchine fotografiche di Pete Souza. Sua l’immagine di Obama che attende l’esito del raid di Abbottabad contro Bin Laden, come sue tutte le foto più familiari del presidente social per definizione.

Ripubblichiamo per intero l’articolo uscito su La Stampa. Buona lettura!

«Vi comportate come la Tass ai tempi dell’Urss». I fotoreporter accreditati alla Casa Bianca sono in rivolta contro l’amministrazione Obama, accusandola di voler «controllare le immagini del Presidente con metodi che ricordano i sovietici». Nel mirino della White House Correspondent Association e di 37 testate giornalistiche c’è la scelta del portavoce Jay Carney di aver affidato l’esclusiva sulle immagini più importanti di Obama ad un solo fotografo, Pete Souza, con l’aggravante che i suoi scatti «esclusivi» vengono poi postati sui social network dalla Casa Bianca, con un’ opera di «concorrenza sleale» nei confronti degli altri fotoreporter.

Souza, classe 1954, non si scompone più di tanto. E’ un veterano della politica americana: fu il fotografo di Ronald Reagan nel secondo mandato e dopo essere sbarcato al «Chicago Tribune» ha seguito Obama sin dalla candidatura al Senato dell’Illinois, maturando un’amicizia personale testimoniata dalla recente decisione del Presidente di permettergli di usare il Giardino delle Rose della Casa Bianca per la sua festa di nozze.

Formatosi come fotoreporter in Kansas, Souza è un cronista vecchio stile – «ho lavorato ogni giorno dall’inizio della presidenza Obama» assicura – talmente a suo agio con i media digitali da aver suggerito alla Casa Bianca come usarli: ad esempio fu lui, nel 2009, a iniziare a postare su Flickr le foto più significative scattate a Obama, dando inizio ad una strategia di comunicazione che ora Carney gestisce da Facebook a Instagram e Twitter.

Lo scatto che ha fatto la Storia è stata l’immagine della «War Room» della Casa Bianca durante il raid di Abbottabad che portò nel 2011 all’eliminazione di Osama bin Laden, mandante degli attacchi dell’ 11 settembre 2001, ma ad innescare la rivolta dei colleghi è quanto avvenuto dall’indomani del viaggio in Sudafrica. Nella lettera di protesta inviata a Carney parlano di «escalation in stile sovietico», enumerando luoghi e fatti: solo Souza ha potuto scattare l’abbraccio di Barack alla figlia Sasha nell’ex cella di Nelson Mandela a Robben Island, così come solo a lui è stato consentito di essere presente al pranzo fra Obama e Hillary Clinton nel giardino della Casa Bianca, ad un incontro fra negoziatori israeliani e palestinesi ed alla visita nello Studio Ovale della ragazza pakistana Malala Yusafzai, paladina dei diritti umani, alla presenza di Michelle con la figlia Malia.

«La scelta della Casa Bianca è di escludere noi fotografi dai momenti privati – spiega Doug Mills, che lavora per il “New York Times” dai tempi di Reagan – ma poi di trasformare questi momenti in eventi pubblici grazie alla combinazione fra Souza e i social network, ed è ciò che facevano i sovietici durante la Guerra Fredda per controllare ogni istante delle immagini pubbliche dei leader». Josh Earnest, vice di Carney, ribatte che «Souza è il fotografo presidenziale e ciò che facciamo è usare i media digitali per consentire al pubblico si seguire cosa avviene dentro la Casa Bianca in un esempio di “trasparenza” che vuole essere l’esatto opposto del “modello sovietico”». Di fronte alla tempesta che lo investe Souza non si sbilancia: «Alcune obiezioni sollevate dai miei colleghi possono essere fondate ma in altri casi hanno davvero torto».

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