Energia, a Bruxelles si accende lo scontro tra le lobby

Energie-rinnovabili“Da un lato ci sono la Cina e i principali Paesi emergenti dell’Asia che fanno quelli che pare loro e non devono rispettare alcun vincolo ambientale. Dall’altra ci sono gli Stati Uniti che sono diventati in pochi anni il primo Paese produttore di gas e stanno puntando tutto sulle rinnovabili. E in mezzo, l’Europa che non ha ancora una strategia comune sull’energia, ma vorrebbe inquinare ancora meno”.Uno dei protagonisti della battaglia appena iniziata a Bruxelles sul nuovo pacchetto energia-clima racconta in questo modo lo scenario di quanto sta accadendo nelle segrete stanze dell’Unione europea. Perché la partita è appena cominciata e la posta in gioco è la costruzione delle misure che detteranno gli obiettivi comunitari dopo il 2020, quando avrà terminato il suo compito l’ormai celebre 20-20-20 finora in vigore.

In discussione, secondo le prime anticipazioni, un pacchetto ancora più ambizioso, che punta ancora di più sulle rinnovabili, sull’efficienza energetica, sul trasporto elettrico e su una ulteriore diminuzione delle emissioni di Co2. Ambizioni che si scontrano con gli interessi dei grandi gruppi dell’energia, alle prese con la recessione che ha ridotto drasticamente redditività e utili e porterà nel giro dei prossimi 3 anni ad aumentare ancora di più la produzione di energia elettrica delle centrali a carbone, le più convenienti di tutto il parco del Vecchio Continente.

In seno alla Commissione europea la discussione è molto accesa e chi segue da vicino la partita descrive una forte tensione tra i nove commissari che si occupano della questione, dall’Industria (dove siede l’italiano Antonio Tajani) all’Ambiente, passando per l’Energia e la presidenza di José Manuel Barroso. Gli schieramenti in campo sono divisi tra coloro che vogliono accelerare il percorso di crescita delle rinnovabili e chi invece sostiene il potenziamento delle fonti più “tradizionali”. A marzo i capi di Stato dell’Unione avvieranno la discussione sulle misure e sugli obiettivi da fissare, ma i pezzi sulla scacchiera si stanno posizionando.

La Commissione è stata incaricata di redigere alcuni documenti preparatori, che dovrebbero esser presentati ufficialmente il 22 gennaio, tra i quali spicca un Impact Assessment di cui repubblica.it può dar conto. Sulla base di quelle simulazioni, in sostanza, dovrebbe essere fissato il quadro normativo di riferimento. Il Parlamento europeo, di sua iniziativa, ha intanto approvato una mozione presso le Commissioni Industria e Ambiente: impegna la Commissione a fissare l’obiettivo europeo al 2030 di ridurre le emissioni di gas serra del 40%, di spingere sull’efficienza energetica e fissare almeno al 30% la quota di consumi energetici coperta con la produzione da fonti rinnovabili.

Proprio questo ultimo punto è una delle principali discriminanti che si trova nei vari scenari proposti dai tecnici della Commissione. I range di possibili impatti sull’economia del Vecchio Continente sono tarati in base alle varie misure intraprese. Si va dalla possibilità che non venga fissato alcun obiettivo a quello più ambizioso, che prevede tre obiettivi: riduzione del gas serra del 40%, una penetrazione delle energie rinnovabili al 35% e l’acceleratore pigiato sull’efficienza energetica. Nel mezzo, anche l’ipotesi di un unico obiettivo di riduzione dei gas serra del 40% sul 1990.

Dalle 146 pagine di bozza dei tecnici di Bruxelles emergono i grandi numeri che dovrebbero guidare la decisione finale. In particolare, si legge che fissando tre obiettivi si creerebbero, al 2030, 1,25 milioni di posti di lavoro in più rispetto all’assenza di target; l’impatto economico è calcolato in una crescita del Pil dello 0,46%. I risparmi aggregati sulle importazioni di carburanti fossili ammonterebbero a 447 miliardi, che diverrebbero 547 se si introducesse un obiettivo di penetrazione delle rinnovabili al 35%.

I costi di questa operazione sul totale del sistema energetico (quindi comprensivi delle ricadute in bolletta, gli investimenti nella rete, la costruzione di nuove centrali e via dicendo) sono poco più alti se si considera l’incentivazione e la spinta su un mix energetico favorevole alle rinnovabili: crescerebbero del 2,6% al 2030 e dell’1,4% al 2050 rispetto all’ipotesi di puntare solo sul taglio delle emissioni. In rapporto al Pil, nella configurazione suggerita dal Parlamento, si passerebbe dal 12,76% del 2010 al 14,56% del 2030. A fronte di queste spese, però, i tecnici sottolineano le ricadute positive in termini di risparmi annuo sui danni legati all’inquinamento, che con le rinnovabili al 35% del sistema da qui al 2030 sfiorerebbero i 750 miliardi.

Le lobby di entrambi gli schieramenti sono al lavoro già da tempo. Le grandi utility europee (dalle francesi Edf e Gdf Suez alle tedesche E. On e Rwe per arrivare alle italiane Enel ed Eni) hanno creato un gruppo di pressione che si chiama Ceo’s Initiative. Sarebbe riduttivo dire che si batteranno perché il pacchetto allo studio della Ue sia meno rigido. In realtà, vorrebbero che la Ue si dotasse di un piano energetico europeo, salvaguardando le eccellenze dei singoli Paesi, dal nucleare francese alle centrali a gas italiane, dall’eolico del mare del Nord al fotovoltaico, concedendo del tempo o in alternativa sussidi per la messa fuori esercizio delle centrali a olio combustibile e soprattutto per il carbone.

Anche perché le utility tradizionali hanno capito che la rivoluzione portata dalle rinnovabili nel settore non potrà più essere fermata. Un recente studio di Deutsche Bank parla di un nuovo rinascimento del fotovoltaico, visto che con il crollo del prezzo dei pannelli in molto Paesi europei si è ormai raggiunta la grid parity e visti gli ingenti investimenti nel settore sia in Cina che negli Stati Uniti. “Una guerra tra lobby non fa bene a nessuno, di sicuro non fa bene al clima le cui condizioni generali sono nettamente peggiorate e le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti”. E’ il parere di Paolo Mutti fondatore e amministratore di Solsonica, una delle realtà delle rinnovabili Italia. “Non è solo la questione di quale ambiente lasceremo ai nostri figli, ma è in corso una rivoluzione tecnologica da cui non si può più prescindere. Fra qualche anno, quando si comprerà un appartamento guarderemo il tetto del condominio e se non ci saranno i pannelli solari, se non ci sarà un elevato livello di efficienza energetica non lo prenderemo in considerazione. Non per nulla anche le grandi utility tradizionali lo sanno e stanno investendo grandi cifre sulle rinnovabili a loro volta”.

I blocchi dei Paesi sono ancora abbastanza fluidi, ma poco prima di Natale dai Ministeri di otto nazioni è partita una lettera che definisce “cruciale” la fissazione di un obiettivo per le rinnovabili. La Germania è la voce più forte di questo schieramento, affiancata dalla Francia e dall’Italia: il ministro Andrea Orlando ha siglato la missiva. Il più grande oppositore su questo punto, ma non sui gas serra, è invece il Regno Unito, che d’altra parte ha appena dato il via a un’importante piano nucleare e non vuole vincoli sulle rinnovabili. Anche il presidente della Commissione, Barroso, secondo indiscrezioni tedesche vorrebbe evitare di fissare un obiettivo esplicito per le rinnovabili, introducendo piuttosto un target “volontario” intorno al 27%, che per alcuni sarebbe comunque raggiunto “per inerzia” dopo il 2020.

Fonte: Repubblica

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...