Web, si cambia. La battaglia per la privacy nel mondo senza regole

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Privacy, sicurezza informatica, sensibilità dei dati. Ognuno di questi punti è cruciale per il futuro economico e sociale. Troppo? Eppure tutti sembrano essersene accorti, non da ultime le maggiori istituzioni internazionali. Dopo i casi NSA, con la spy-story conclusasi (forse) con la cacciata del capo-distretto CIA da Berlino, la protezione dei dati personali e ufficiali su internet sta vivendo un momento storico decisivo. La strada è tutt’altro che semplice, ma il cammino delle regole deve in qualche modo farsi avanti in un territorio, com’è il web, dove le regole non esistono per definizione. La consapevolezza degli utenti cresce ogni giorno di più, e così i browser e le app che permettono la navigazione “sicura”, “anonima”, “controllata”. Ma chi controlla il controllore? Domanda senza tempo, tornata prepotentemente d’attualità negli ultimi tempi.

Negli Stati Uniti i grandi provider delle telecomunicazioni puntano sempre di più a un internet a due velocità, con buona pace degli hacktivisti alla Julian Assange. L’azienda che paga, in teoria, dovrebbe godere di servizi garantiti, più visibilità e sicurezza, mentre le piccole dovrebbero dividersi il resto delle briciole. La realtà dei fatti, però, è contraria a questa visione. Le potenzialità del web non possono essere ristrette a normative d’impronta ottocentesca, e se da una parte è giusto garantire degli standard, dall’altra non si può pensare di regolare ex machina un mondo dove un dipartimento di Stato ha la stessa potenza di un hacker esperto che lavora da casa. Insomma, sulla proposta statunitense ci sarà battaglia.

A farsi avanti per primi saranno gli attivisti à la Anonymous, insieme a chi, come Wikileaks, ha fatto del web un terreno di scontro aperto con i Governi e le istituzioni internazionali classiche. La certezza, però, non è roba per utenti comuni. Di fatto è come essere tornati al Medioevo, dove le casate si combattevano per anni, venivano conquistati i castelli, si stringevano alleanze “sacre”. Il tutto, però, nell’ignoranza assoluta delle popolazioni, illitterate e distanti anni luce dai lussi signorili. In questo senso ci troviamo allo stesso dubbio. Chi agisce davvero sul terreno di gioco? C’è dietro qualcuno? Chi controlla le nostre password, i nostri dati? Perché il divario tra noi comuni utenti e le reali potenze è così vasto?

Insomma, la questione è molto più complessa di quanto appaia. E’ dei giorni scorsi la notizia del primo sì in commissione al Senato Usa del Cybersecurity Information Sharing Act, ovvero una nuova legge per la sorveglianza in rete che certo non si propone di garantire gli utenti da occhi indiscreti. Si preoccupa piuttosto di garantire ancora di più le aziende che raccolgono informazioni dati personali in rete e li passano al governo senza un mandato e spesso al di fuori di ogni garanzia di legge.

In Europa si registrano prese di posizione di segno opposto, tra cui quella del Consiglio d’Europa. La sorveglianza indiscriminata non è mai stata appannaggio dei Governi europei nel loro insieme, e i fattori culturali certamente incidono. La Corte di Giustizia Europea ha sancito il diritto dei cittadini all’oblio, una novità assoluta nel processo storico evolutivo! Il Parlamento Europeo ha messo a punto una proposta di riforma del mercato delle telecomunicazioni in cui si afferma lo stesso diritto, ma la partita non è affatto semplice. Ciò che è davvero cambiato è l’impostazione. Anche le istituzioni di Bruxelles hanno capito che occorre ormai regolamentare un Far Web intricato e sempre più connesso alla realtà materiale delle persone. In una ventina di minuti si possono scoprire via internet informazioni di ogni genere su migliaia di persone, e questo potere (sapere è potere!) deve essere in qualche maniera regolamentato.

In Italia si sta cambiando, anche rapidamente. Solo nello scorso Internet Governance Forum ONU a Bali, nel 2013, il nostro Paese non fu tra i partecipanti, mentre adesso, complice anche la possibilità della Presidenza del Semestre Europeo, Roma ha deciso di farsi avanti. Proprio in questa settimana è arrivata dal Consiglio d’Europa una raccomandazione del Comitato dei Ministri su una guida per i diritti degli utenti in rete.

Insomma, resta molto ancora da fare, e bisognerà in ogni caso aspettarsi dei cambiamenti epocali, o delle fratture nette. Ma in gioco ci sono miliardi di euro, la gestione dei profili, il futuro delle imprese e, soprattutto, la nostra amata intimità.

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