Cosa ci dimostrano i fatti di Parigi sulla comunicazione

parigi_peace-620x324

Oltre alle analisi, oltre ai colpevoli e a ciò che è successo venerdì 13 novembre a Parigi, vediamo in che modo la comunicazione online è stata modificata dai maggiori brand internazionali e dagli stessi strumenti di Social Media in relazione ai fatti avvenuti:

La sera stessa degli attacchi si poteva aprire Facebook e rimanere interdetti. Era attivo, infatti, il servizio Safety Checkche era stato abilitato già tempo fa per alluvioni e terremoti. Nell’area di Parigi, tutti gli utenti che l’avevano segnalata come residenza potevano “spuntare” il check una volta in salvo, magari accompagnandolo da un breve messaggio per tranquillizzare amici e parenti. Sconvolgente da vedere, ma utile.

W7MVwRRlUkkAccusata di averlo attivato solo nel caso di Parigi, e non in altre zone del mondo dove gli attacchi sono più frequenti, Facebook è corsa ai ripari riproponendola oggi (18 novembre) per l’attacco terroristico in Nigeria.

Safety Check ci dimostra una volta di più come Facebook punti a una funzione diversa dal Social Media, volendo ridefinire le basi stesse della comunicazione futura. Non internet + social, ma un’integrazione totale tra chat, messaggistica, comunicazione e informazione, con tanto di scambio di dati.

In tanti, poi, hanno cambiato la foto del proprio profilo, aggiungendo il tricolore francese all’immagine personale. Questa variazione, già avvenuta in occasione della legalizzazione dei matrimoni omosessuali negli Stati Uniti, era stata ampiamente criticata come omologazione “forzata” a livello sociale. Oggi ritroviamo la stessa diatriba, con l’aggravante della negatività della notizia. Non una buona notizia da festeggiare, ma un modo per segnalare il proprio lutto. E la bandiera libanese allora? E quella della Nigeria? E poi.. insomma, il conto è lungo da presentare a Facebook sulle critiche, basta prendere il numero. Risulta però davvero interessante come questo sistema di generalizzazione dei sistemi “sociali” di testimonianza abbia un impatto emotivo così forte.

Twitter, ovviamente, era sulla notizia. Non staremo qui a sbrodolare numeri e dati, ma è chiaro che l’uccellino azzurro si rivela sempre meglio per quello che è: un flusso di informazioni dirette (spesso anche infondate o palesemente false) al quale attingere. Un vero “fiume” di informazioni e contatti. Si sprecano gli hashtag, anche in questo caso: da #PrayforParis a #ParisAttacks, tutto il mondo è coinvolto.

parigi_twitter

E se Anonymous dichiara “guerra totale” a Daesh (chiudendo, ad oggi, oltre 6mila profili inneggianti allo Stato Islamico), c’è anche chi cade sulle buone intenzioni. E’ il caso di Kartell, nota azienda di design, che ha voluto segnalare così la propria vicinanza alla città:

Schermata 2015-11-18 alle 15.42.25

Ritenuto offensivo e di cattivo gusto, il post è stato cancellato dopo essere stato sommerso di insulti. A quel punto restava solo una cosa da fare, ovvero spiegarsi e scusarsi:

Schermata 2015-11-18 alle 15.40.39

Annunci

2 thoughts on “Cosa ci dimostrano i fatti di Parigi sulla comunicazione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...