Se siete Charlie, perché non siete Ankara?

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L’ultima bomba ha sconvolto la capitale turca Ankara, ma non è una novità. Negli ultimi mesi la Turchia è stata colpita più volte, e duramente, da attacchi kamikaze e autobombe. Ma non vogliamo qui entrare nel merito politico della questione. Piuttosto, vogliamo chiederci: perché siamo stati Charlie, e non riusciamo a essere Ankara?

Dice l’Enciclopedia Treccani: “EMPATIA: Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro”.

Ecco, questo è il punto, ma la comunicazione è un aspetto fondamentale non soltanto dell’informazione, ma anche delle politiche degli Stati. Gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 rimarranno impressi nella memoria collettiva per decenni, e così anche gli attentati di Atocha a Madrid nel 2004, di Londra nel 2005, e così via, arrivando fino al doppio attacco nella capitale francese nel 2015.

Già ci possiamo chiedere: come mai, al di là del numero delle vittime, gli attentati di Copenaghen dello scorso febbraio sono passati quasi inosservati? Eppure anche lì sono state uccise persone innocenti, e la logica era la stessa di quella dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo.

Riflettendo su questo punto, uno spunto arriva da Facebook, con un lungo post di James Taylor, cittadino britannico ma residente ad Ankara, che scrive:

«È stato molto facile guardare con terrore agli attacchi avvenuti a Londra, a New York, a Parigi e provare dolore e tristezza per quelle vittime. E allora perché non è lo stesso per Ankara?. Se non credete che gli attacchi ad Ankara vi riguardino o se non potete provare lo stesso dolore che avete sentito durante gli attacchi di Londra o Parigi, allora forse dovreste fermarvi a chiedervi perché»

«Per quelli che non conoscono la Turchia, o per quelli che allontanano se stessi da questi attacchi, forse questo aprirà i vostri occhi. L’esplosione di questa sera è avvenuta in una delle parti più affollate del centro della città, accanto a moltissime fermate dove la gente aspettava l’autobus per tornare a casa, dopo una notte fuori, e sedeva al parco rilassandosi e bevendo tè»

«Riuscite a immaginarvi lì? – continua il post – Riuscite a immaginare che il luogo in cui passate a piedi ogni giorno, che la vostra solita fermata dell’autobus, che la strada attraversata abitualmente vengano distrutti?». Questo è il centro del bersaglio. Se l’Occidente ha iniziato spesso manovre belliche spinto dall’emozione popolare, allora non si capisce perché, nell’era della comunicazione mondiale e della “condivisione”, non si riesca a integrare anche altre parti di mondo nella concezione vittime/carnefici, che invece teniamo solo per noi. O meglio, il perché possiamo anche supporlo, ma è pesante ammetterlo.

Non ci sentiamo “Ankara” perché lo riteniamo ancora un luogo lontano, quasi esotico. Così come consideriamo l’Africa un luogo sì più moderno, ma pur sempre un gigantesco buco nero dove, in fondo, “hic sunt leones”. Eppure tante capitali africane sono città ultra-moderne, e così la Turchia è un Paese avanzato.

Ma finché la narrazione di questi luoghi non cambierà nettamente, non riusciremo a sviluppare quell’empatia necessaria per modificare nella sostanza le orribili conseguenze del terrorismo.

epa05166818 Flames engulf vehicles following a car bomb detonation close to buildings of the Turkish military in Ankara, capital of Turkey, 17 February 2016. At least 18 people were killed and another 61 were injured in the attack, Ankara governor Mehmet Kiliclar was cited as saying in his latest update on the casualties.  EPA/STR

«È stato molto facile guardare con terrore agli attacchi avvenuti a Londra, a New York, a Parigi e provare dolore e tristezza per quelle vittime. E allora perché non è lo stesso per Ankara?”. Semplicemente è perché non avete realizzato che Ankara non è diversa da quelle città? È perché pensate che la Turchia sia uno stato a prevalenza musulmana, come la Siria, come l’Iraq, come i Paesi che si trovano in stato di guerra civile? Se non vi curate di quelli, perché dovreste curarvi della Turchia?».

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