Petizioni, firme e manifestazioni. I comitati sono sul web

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Di certo non è una novità assoluta, ma è un dato di fatto che ormai le grandi manifestazioni siano prevalentemente online. Da Change.org in giù, sono tante le piattaforme di “attivismo”. Scopriamo come lavorano.

L’ultimo esempio in Gran Bretagna. In seguito all’esito del referendum sulla Brexit, i sostenitori del “Remain”, sconvolti dal risultato, hanno lanciato subito dopo svariate campagne online. Una per avere una Londra “città-stato” in grado di restare nell’Unione Europea, un’altra per favorire un secondo voto referendario, e altre ancora.

Se nel corso del Novecento siamo stati abituati alle grandi manifestazioni di piazza – in alcuni casi anche oceaniche – oggi l’attivismo civico passa attraverso il web. Più o meno.

Se l’intento è senz’altro lodevole, perché significa dare una voce maggiore a manifestazioni di interesse che probabilmente non avrebbero altrettanto seguito, i problemi sono tanti. Innanzitutto, la trasparenza delle stesse. Tante battaglie sono state vinte su Change.org. La messa al bando dell’olio di palma dagli alimenti, ad esempio.

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Tuttavia è davvero complicato vedere ogni singolo attivista come si schieri in base alla singola campagna. In secondo luogo, è innegabile che una protesta realmente “attiva” (persone che bloccano il traffico, striscioni, boicottaggi) sia di diverso impatto. La combinazione delle due realtà (online e offline) può risultare spesso vincente.

Ma come vengono trattati i dati sensibili?

Se votiamo per la rinuncia all’energia nucleare, anche solo come movimento di protesta, siamo sicuri che le persone a cui affidiamo i nostri dati siano, quanto meno, della “nostra parte”. Come si può invece essere sicuri della neutralità di piattaforme online se possono dare voce alla nostra denuncia e al suo stesso contrario?

Un altro problema è dato dai finanziamenti. Leggiamo sul sito di Change.org: “Più donerai, più persone vedranno questa campagna, recita l’invito. Questo non è poi così diverso da un’inserzione su Facebook per un’azienda privata. Se i soldi non vengono donati per l’esistenza stessa della piattaforma (come fa invece Wikipedia), ma sono veicolari del nostro messaggio, il fine “no-profit” del sito viene meno.

Sia chiaro, è senza dubbio un elemento molto interessante del nostro tempo. E lodevole. Però manca ancora qualcosa. Come facciamo, ad esempio, a frenare una campagna ambigua, formata su un intento sociale ma fomentata da porzioni di società apertamente xenofobe (ad esempio)?

Come la più celebre piattaforma di attivismo, ne esistono anche altre. In Italia gli esempi più chiari vengono direttamente dall’attivismo (questo sì, reale) di siti e piattaforme delle città per segnalare disservizi e problemi quotidiani o cronici –> http://bit.ly/29eSK1v

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