Offendere su Facebook? E’ diffamazione aggravata

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Ne sanno qualcosa i politici e le imprese che hanno subìto più di una bufala. Le offese e le falsità sui Social Media riescono spesso a screditare, nonostante si tratti di insulti gratuiti o di false notizie. Ecco però la sentenza della Cassazione, che prova a inserire nuove regole.

Leggiamo su Altalex:

La Suprema Corte con la sentenza n. 50/17 della sez. I Penale, nel confermare la competenza, nel caso di specie, del tribunale di Pescara ribadisce che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone; l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche dei social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica, che è quella di incentivare la frequentazione della bacheca da parte degli utenti, allargandone il numero a uno spettro di persone sempre più esteso, attratte dal relativo effetto socializzante (Cass. n. 24431 del 28/04/2015).

Dal furto d’identità agli haters, dallo stalking al cyber-bullismo, la questione non è confinata nè facilmente regolabile. Bufale, valanghe di insulti, ma anche “lesioni” psicologiche, inviti alla violenza e agli stupri. Oggi il web è (anche) una grande piazza violenta, dove solo il più grosso la fa da padrone.

Possiamo anche sapere che dietro quel “leone da tastiera” si nasconde in realtà una persona frustrata e introversa, ma la vita social delle persone può incidere e molto sulla vita reale. Ecco allora che la sentenza della Cassazione cerca di mettere un punto a un argomento spinoso e controverso, dove le piattaforme come Facebook stanno facendo ben poco.

Risulta molto strano, infatti, credere agli sforzi reali di chi possiede i software ma lascia esistere migliaia di pagine o gruppi che incitano alla violenza, o che sono apertamente schierati su posizioni inaccettabili.

E’ di pochi giorni fa l’ultima odiosa notizia. Una pagina che incitava addirittura alla violenza sessuale nei confronti dell’atleta paralimpica Bebe Vio. Ben venga quindi un primo passo legale per stabilire regole più stringenti anche per l’utilizzo di Facebook!

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