Automazione, robot e lavoro. Chi vincerà?

«I robot andranno sempre più a togliere posti di lavoro. Per questo, anche a causa della mancate entrate, i robot andrebbero tassati». Le parole non sono di Yanis Varoufakis, ma di Bill Gates. Come sta cambiando il mondo del lavoro? Quali vantaggi e svantaggi porterà un’automazione sempre più completa?

Non potevamo che iniziare da iCub, il robot-umanoide targato IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) che è ormai l’emblema italiano delle potenzialità della robotica e dell’intelligenza artificiale.

I robot sono ormai ovunque. Certo, non sono esattamente come ce li potevamo immaginare nel 1970, ma le braccia meccaniche hanno davvero soppiantato il lavoro manuale in tantissime mansioni. Creando in molti casi disoccupazione, ma stimolando anche nuovi impieghi nella gestione, nella vendita, nella logistica e nella programmazione dei robot stessi.

Pensiamo più in grande, però. Pochi giorni fa la notizia che JP Morgan, la famigerata compagnia finanziaria al centro della crisi economica del 2007, ha sviluppato un sistema in grado di sostituire oltre 360.000 ore lavorate dagli avvocati. Come?

Il colosso finanziario ha lanciato COIN, sistema basato sulla tecnologia del Machine Learning, in grado di leggere e interpretare accordi commerciali e contratti di prestito in pochi secondi. La soluzione è in corso di sperimentazione da giugno dello scorso anno e sfrutta le capacità di apprendimento che le macchine sviluppano su stimolo dell’uomo. Dopo il robot scova-evasori e il sistema che concede prestiti in maniera automatica, ecco un’altra frontiera del Fintech, l’innovazione applicata al settore bancario e assicurativo.

Significa che tutti gli avvocati di JP Morgan verranno licenziati? Probabilmente no, ma molti perderanno la loro “funzione” all’interno dell’azienda. Come fare allora per armonizzare lo sviluppo tecnologico – che sembra impossibile da “controllare” – con le esigenze di sistema delle comunità sociali?

La ricerca tecnologica in campo bio-medicale ha fatto passi da gigante, migliorando nettamente gli standard di vita in buona parte dei Paesi occidentali e non solo. Solo pochi giorni fa una start-up statunitense ha ricevuto una sovvenzione di 38 milioni di dollari per rivoluzionare il trapianto degli organi.

E il settore tecnologico sembra sempre più “oligarchico”, con poche super-aziende al comando della ricerca e dello sviluppo di nuovi sistemi su tutti i fronti: salute, logistica, trasporti, comunicazioni, sicurezza. Pensiamo ad Amazon: sono stati scritti libri e tonnellate di articoli sulle condizioni proibitive di lavoro in molti stabilimenti del colosso delle consegne. E sono già stati presentati piani di sviluppo per le consegne con i droni. Eppure Amazon non conosce crisi, e continua ad essere il luogo privilegiato per gli acquisti di tutto il mondo. Soprattutto per la fascia d’età dei Millennials.

In un recente articolo su Repubblica, si leggeva: «Secondo alcune stime otto milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti e 15 milioni in Gran Bretagna sono a rischio per l’automazione. E le occupazioni più in pericolo – affermano i critici – sono quelle meno retribuite: il rischio è quindi che l’introduzione dei robot possa ampliare il divario fra poveri e ricchi. Anche la Ue si è posta il problema, valutando la possibilità di tassare i robot per creare un fondo di solidarietà per i disoccupati, ipotesi bocciata però nei giorni scorsi dal Parlamento europeo».

Anche il vulcanico Elon Musk si è detto favorevole all’introduzione di sistemi di tassazione (o comunque di armonizzazione) sulle automazioni che rischiano di sbriciolare milioni di posti di lavoro, e di conseguenza di decenni di costruzione di stato sociale.

Vediamo alcuni risultati di una ricerca del PewResearchInstitute. I dati dicono che ci sono motivi per cui essere contenti, e altri per essere sufficientemente preoccupati:

  • I progressi nella tecnologia possono spostare alcuni tipi di lavoro, ma storicamente sono stati creatori netti di posti di lavoro.
  • Dobbiamo adattarci a questi cambiamenti, inventando completamente nuovi tipi di lavoro, e sfruttando le capacità tipicamente umane.
  • La tecnologia ci libererà dalla routine della fatica, e ci permetteràdi definire il nostro rapporto con il “lavoro” in un modo più positivo e socialmente utile.Motivi per essere preoccupati:
  • Gli impatti dell’automazione hanno finora colpito i “colletti blu”; la prossima ondata di innovazione rischia di sconvolgere il lavoro dei colletti bianchi.
  • Alcuni lavoratori altamente qualificati riusciranno selvaggiamente a mantenere il propio impiego in questo nuovo ambiente, ma molti di più possono essere spostati in settori più bassi. O rischiano una disoccupazione diffusa.
  • Il nostro sistema educativo non è adeguato a prepararci per il lavoro del futuro, e le nostre istituzioni politiche ed economiche sono scarsamente in grado di gestire queste scelte difficili.

 

 

 

Il tema è vasto, e rappresenta già ciò che viviamo. Non parliamo di fantascienza, ma di realtà quotidiana. Cosa succederà alla prossima ondata di automazione, magari ben sviluppata sui temi quali l’istruzione, l’informazione o la fornitura di servizi?

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