Ambiente, quando la protesta diventa un autogol

 
«Quando migliaia di cittadini, quasi mezza città, scendono in piazza contro una struttura per lo smaltimento dei rifiuti, non un inceneritore ma un più prosaico impianto di compostaggio, diventa onestamente difficile trovare spiegazioni razionali». Con questo inizio, Chicco Testa, ha dato il via a un dibattito interessante dalle pagine de Il Mattino.

«Soprattutto», continua l’ex Presidente di Enel, «mi sembra del tutto fuorviante qualificare quella protesta come “ambientalista”. Gli impianti di compostaggio servono proprio a ciò che gli ambientalisti si propongono. Servono infatti a trasformare una parte dei rifiuti in materiali utili per l’agricoltura» [Qui il testo integrale dell’editoriale di Testa].

La questione “ambientalista” è certamente uno dei tanti nodi irrisolti della non-comunicazione fra aziende e cittadini, ma ancor di più fra Stato e territori. Pensiamo al TAV, o alla più recente questione TAP. Ma pensiamo anche ad acquedotti, autostrade, impianti di riciclaggio, tunnel ferroviari e altre infrastrutture. Nella quasi totalità dei cantieri in atto in Italia per opere di una certa portata, ci si imbatte in gruppi piccoli, medi o grandi di contestazione.

Qui non vogliamo certamente dare sponda a priori a nessuna delle due parti: sempre a favore o sempre contro. E certamente il triste spettacolo delle tangenti, dei materiali scadenti utilizzati per la costruzione di scuole, ospedali ed edifici pubblici, è ormai ripetitivo, e ha instillato in ognuno di noi il timore (la certezza?) che ovunque si costruisca qualcosa, ci siano sempre interessi malavitosi.

Questo pensiero, tuttavia, cozza anche con la realtà. La grande mole di inchieste e Commissioni Parlamentari per fare chiarezza su tanti aspetti già ci dice che le Istituzioni prendono sul serio il rischio di infiltrazioni criminali nelle opere pubbliche. Ma ci sono anche altri aspetti.

La ormai celebre espressione NIMBY (Not In My Backyard) viene utilizzata per difendere o aggredire gli “avversari”, anche se spesso ciò che manca è una reale comunicazione profonda tra le parti. Se un comune deciderà di costruire un inceneritore, certamente ci saranno rivolte di piazza. Ma questo per i sopracitati problemi e per la paura che possano essere sprigionate particelle nocive nell’ambiente, o che gli scarichi arrivino nelle falde acquifere. Perché allora non intervenire con analisi puntuali, una comunicazione verticale e orizzontale, un’apertura totale nei confronti degli stakeholder?

Pensiamo al nuovo deposito di scorie nucleari che l’Italia deve costruire. Il progetto è fermo a Palazzo Chigi dal 2015 (per saperne di più: “Scorie nucleari: facciamo il punto sulla comunicazione“), eppure la necessità dell’individuazione del luogo di costruzione è cruciale. Ma chi vorrebbe scontentare un’intera regione, piazzando un cimitero di scorie radioattive nel sottosuolo?

Eppure il pericolo non esiste, se vengono eseguiti i lavori a regola d’arte.

Prosegue Testa: «Nel frattempo si redigono piani, ci si augura un futuro radioso, si rinvia ogni scelta e si protesta contro quei pochi che hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di decidere. Emblematico il caso di Roma. La pressoché totale assenza di impianti di smaltimento di alcun genere fa sì che circa l”80% dei rifiuti prodotti dalla Capitale venga smaltito nel Nord Italia o addirittura all’estero. Con fatti paradossali. Ogni giorno 170 camion di stazza notevole lasciano la capitale per portare le bucce di patate dei romani nel Nord Italia, dove gli impianti di smaltimento esistono, e poi ne ritornano vuoti. Percorrendo ogni giorno 1500 chilometri e producendo emissioni inquinanti che lascio ad altri calcolare».

E voi, cosa ne pensate?

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