Di Facebook, Cambridge Analytica e altri demoni

Lo scandalo che sta travolgendo Facebook a livello globale potrebbe avere ripercussioni molto serie sul mondo di internet. E non è solamente una questione di utilizzo dei dati. Andiamo più a fondo.

Ricapitolando brevemente: alcuni giorni fa viene svelata la notizia secondo la quale Cambridge Analytica, una società di consulenza politica, avrebbe manipolato i dati di oltre 50 milioni di utenti di Facebook per mandare input specifici per la campagna di Donald Trump. Lo scandalo si sta allargando in questi giorni, e Facebook registra perdite per oltre 18 miliardi di dollari in borsa.

Mark Zuckerberg, dopo aver mantenuto il silenzio, ha deciso di scusarsi, prendendosi la responsabilità di quanto accaduto. Ha inoltre predisposto una serie di misure di indagine interna per verificare l’episodio, affermando che non accadrà più. Tutto finito? Macché. Le principali istituzioni di Gran Bretagna e Unione Europea hanno da sempre il dente avvelenato nei confronti dei vertici delle compagnie della Silicon Valley, e oggi chiedono conto di quanto successo. Pare infatti che Cambridge Analytica abbia influenzato campagne elettorali di ben 48 diversi Stati.

Arriviamo al punto. Nei giorni seguenti lo scandalo l’opinione pubblica si è divisa tra chi si dice deluso e amareggiato dell’utilizzo fatto dei propri dati personali – e del laissez-fare di Menlo Park – e chi, invece, trova assurda la questione, in quanto “la privacy è già morta”. Quale che sia delle due, nessuna delle interpretazione coglie il vero punto cruciale della questione.

Il grande problema di quanto avvenuto, infatti, è che siamo solo all’anno zero del mondo digitale. Essere su Facebook è pratica comune per le persone, così come avere un account su Instagram o su altre piattaforme Social. Stesso pensiero condiviso dalle aziende e dagli Enti, che – giustamente – stanno capendo che il mondo digitale non può non far parte della propria strategia di marketing e vendita.

Eppure, sono già centinaia di migliaia gli account Facebook cancellati di recente. L’hashtag #deleteFacebook è diventato virale in breve tempo – su Twitter, altro paradosso – e quando un personaggio del calibro di Elon Musk decide dalla sera alla mattina di cancellare le pagine delle proprie aziende da Facebook, l’affare è serio. E così è successo, perché nell’arco di 12 ore il fondatore di SpaceX e Tesla ha prima riflettuto su Twitter con chi lo incalzava, e poi ha cancellato oltre 7 milioni di follower. Con un click. E pochi giorni dopo lo ha seguito nell’esempio anche Cooper Hefner, nuovo coordinatore di Playboy.

Non sappiamo come l’abbia presa il coordinatore della comunicazione di Tesla, ma l’azione della compagnia automobilistica lascia senza fiato. Può essere solo una questione di propaganda? Certo. Vero è che però qui non parliamo di scelte fatte a cuor leggero. Senza conoscere i dati, possiamo stimare a spanne una spesa in marketing e comunicazione online sui Social Media di circa 100-200mila dollari all’anno per un’azienda di quel calibro. Cancellati, puf!

La questione dell’utilizzo dei dati da parte di Facebook è dunque più complessa, perché il sistema su cui si regge tutta la baracca ha un nome: fiducia. E non (soltanto) sulla capacità di Facebook di “proteggere” i nostri dati, che, anzi, gli affidiamo in blocco. Quanto piuttosto su come essi vengono registrati e utilizzati. Mettiamoli per un secondo insieme alle altre notizie dal mondo tech di questi tempi.

Pechino sta programmando una “classificazione” delle persone in base a un punteggio digitale, così da schedare tutti gli abitanti in base alle abitudini di acquisto, alla loro cronologia di internet, ai loro impieghi e alle loro intenzioni. Nel frattempo Tokyo sperimenta l’implementazione del riconoscimento facciale per device indossabili dalle forze di sicurezza. E gli “Smart Device” per la casa stanno entrando nelle nostre abitazioni, registrando abitudini, stili di vita, di alimentazione. E forse non solo quello.

Allora il punto sulla questione di Facebook non è tanto sui messaggi politici rivolti alle persone, quanto piuttosto sul fatto che stiamo delegando in toto a colossi privati la nostra vita privata, le nostre scelte e le indicazioni di ciò che vogliamo. In estrema sintesi, stiamo davvero svendendo la nostra libertà individuale? Se non sarà mai possibile recedere da “contratti” per cui noi utilizziamo piattaforme sociali online in maniera divertente, a patto che esse sappiano sempre di più su ognuno di noi, quale sarà il prossimo passaggio? E’ possibile che tutte le funzioni sociali stiano diventando totale appannaggio di imprese private, senza nessun potere di controllo da parte statale – se non la repressione e il controllo sistemico?

Si potrà anche dire: «Allora non usiamo più queste piattaforme». Certo, ma ormai sono piattaforme che fanno parte dell’infrastruttura sociale a tutto tondo, e che probabilmente scompariranno o verranno inglobate da nuove realtà. Ma che continueranno a esistere, e lo faranno giocando sul fatto che nel prossimo futuro essere offline sarà impossibile. Perché i nostri dati – tutti – saranno in rete, e non potremo “esistere” socialmente senza essere connessi. Questo non significa solo che non potremo accedere alla nostra bacheca per una mezz’ora di sano cazzeggio, ma anche per acquistare beni di consumo, fare investimenti, andare a farci curare. E questo è solo l’inizio.

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